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Inquadramento storico

L'alluvione del '68

“Mai una cosa simile era stata vista nel Biellese. Nessuno ricorda bilanci tanto gravi di vite umane e di danni. La nostra economia nelle zone più fertili è paralizzata. La vallata dello Strona in certi punti esiste soltanto nella memoria” (Eco di Biella - 4 novembre 1968).

La pioggia sta cadendo da diversi giorni quando, nel pomeriggio di sabato 2 novembre, in diversi punti del Biellese orientale, specialmente nella valle del torrente Strona, avvengono movimenti franosi, mentre la pioggia aumenta in modo considerevole: tre, quattro volte, rispetto al volume abituale del periodo. Alle 19.15 il Sindaco di Valle Mosso, in contatto telefonico con un giornalista di Biella, si dichiara molto preoccupato: due case sgomberate, stabilimenti allegati, numerose frane isolano diverse frazioni, l’energia elettrica interrotta, e poco dopo la fine del colloquio anche il telefono tace. Quasi contemporaneamente i carabinieri di Mosso vengono avvertiti che a Pistolesa due case sono state seppellite da una frana; sarà l’ultima telefonata prima che si scateni l’inferno.

Le frane si susseguono senza tregua, i corsi d’acqua si riempiono di tronchi, radici, rami, detriti, ostruendo ponti e formando dighe naturali; quando la pressione diventa troppo forte questi sbarramenti saltano e un’enorme massa d’acqua precipita a valle, travolgendo tutto quello che si trova sul suo cammino, cose o persone, invadendo gli stabilimenti tessili, trascinando macchinari, filati, tessuti, facendo crollare ponti e case.

La notte, e l’isolamento completo, non permettono di rendersi subito conto di quanto sta veramente succedendo, neanche nei paesi direttamente colpiti, solo i radioamatori lanciano S.O.S., la gente resta chiusa in casa, ad aspettare il mattino, quando una scena spettrale si presenta agli occhi dei più mattinieri: i fianchi della Rovella sembrano segnati dalle unghiate di un gigante, tante sono le frane; il fondovalle è un fiume di fango dove galleggiano pezze di stoffa mescolate alle macchine che le hanno tessute. Poco a poco arrivano le notizie di quanto accaduto nei paesi vicini, e il numero dei morti diventa sempre più alto (alla fine saranno 58, tra morti e dispersi).

Nella tarda mattinata arrivano i primi soccorsi, tramite tre elicotteri che ritornano a Biella trasportando i feriti. Nel pomeriggio si sparge a Valle Mosso la voce che la Diga di Camandona sia sul punto di cedere; fortunatamente la notizia si rivelerà infondata, ma è ancora troppo vicino il ricordo del Vajont (1963) per non farsi prendere dal panico e cercare scampo fuggendo verso la Rovella o Crocemosso, per mettersi in salvo.

Già nella giornata di lunedì la macchina dei soccorsi gira a pieno regime: le imprese biellesi mettono a disposizione i propri automezzi che si aggiungono a quelli degli Enti Pubblici, gli operai si presentano ai propri posti di lavoro per iniziare l’opera di sgombero o essere organizzati in squadre di soccorso, affiancati dai volontari giunti nei giorni seguenti da molte parti del nord’Italia.

Il bilancio

  • 58 morti - oltre 100 feriti
  • Comuni colpiti: 14
  • Case danneggiate o distrutte: 250
  • Famiglie senzatetto: 300
  • Aziende industriali colpite: 130
  • Dipendenti senza lavoro: 13.000
  • Aziende artigianali colpite: 350
  • Aziende commerciali colpite: 400